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Fringe benefit, arriva l’estensione alle locazioni

Anche l'affitto rientra tra i fringe benefit. Una novità non di poco conto, anche se tra gli analisti domina la prudenza per alcuni aspetti oscuri dello schema messo a punto dal governo, attualmente all’esame del Parlamento, chiamato a votare la conversione in legge.

Luigi Dell'Olio
A cura di Luigi Dell'Olio

Esperto di prodotti finanziari

Una mano disegna con un gessetto una casa sulla lavagna e la scritta for rent
Fringe benefit e locazioni

Nuovo anno, nuovo bonus per le locazioni. Secondo quanto previsto dalla manovra di Bilancio per il 2024, gli affitti potranno godere dei benefici accordati allo status di fringe benefit già riconosciuti per i mutui. Una novità non di poco conto, anche se tra gli analisti domina la prudenza per alcuni aspetti oscuri dello schema messo a punto dal governo, attualmente all’esame del Parlamento, chiamato a votare la conversione in legge.

Cosa prevede la normativa sui fringe benefit

I fringe benefit sono una parte della retribuzione che non viene erogata sotto forma di denaro, bensì concessa sotto forma di beni e servizi dal datore di lavoro ai dipendenti. Nella vasta area del welfare aziendale, si tratta di una delle categorie più apprezzate dai dipendenti, tanto che la spesa in fringe benefit – segnala l’Osservatorio Welfare di Edenred - è triplicata nell’ultimo anno. Nell’anno che sta per terminare, la soglia esentasse è di 258,23 euro, salvo che per i dipendenti con figli a carico, in favore dei quali il decreto Lavoro ha prorogato il massimale di 3 mila euro. Al di là di queste soglie, il Testo Unico sull’Imposta dei Redditi indica i beni e servizi che con maggiore frequenza vengono concessi ai dipendenti, vale a dire gli autoveicoli, i motocicli e i ciclomotori concessi in uso promiscuo, i prestiti, gli immobili e i servizi di trasporto ferroviario concessi gratuitamente ai dipendenti del settore ferroviario. Questi fringe benefit sono soggetti a particolari criteri di determinazione dei valori da assoggettare a tassazione.

L’attribuzione dei fringe benefit può avvenire anche in mancanza di un accordo collettivo o di un regolamento aziendale, dato che è frutto di una decisione presa dal datore di lavoro. Inoltre, non deve necessariamente andare a beneficio di tutti i dipendenti, ma può riguardare anche solo un singolo o un gruppo di lavoratori.

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Cosa cambia dal 2024

Lo schema di Manovra licenziato dall’esecutivo prevede che il datore di lavoro possa contribuire alle spese per l’affitto e a quelle per gli interessi sul mutuo purché esse siano riferite alla prima casa. Come fa notare Il Sole 24 Ore, si tratta di una scelta terminologica che nel caso degli affitti appare problematica, perché la nozione di prima casa, di derivazione fiscale, presuppone l’esistenza di un atto traslativo della proprietà o di altro diritto reale su un immobile, in relazione al quale il contribuente potrebbe godere di alcune riduzioni d’imposta. Tuttavia, se si paga l’affitto e il dipendente richiede il rimborso delle relative spese, queste non possono – per definizione - essere riferite alla prima casa.

Come già per i mutui, il beneficio presenta massimali differenti a seconda che il dipendente abbia figli a carico (2 mila euro) o no (mille euro). Per ottenere il massimo del bonus occorre comunicare il codice fiscale dei figli, per capire se questi possano essere considerati fiscalmente a carico del dipendente e se questo possa fruire della soglia di esenzione maggiorata.

Uno strumento apprezzato, ma ancora poco conosciuto

Uno studio condotto da Censis ed Eudaimon ha evidenziato che il 35,1% degli italiani non conosce i fringe benefit e questo evidenzia l’importanza di accelerare sul fronte dell’informazione, in modo da consentire alla più vasta platea possibile l’accesso a questo beneficio, a maggior ragione dopo due anni di alta inflazione che hanno ridotto notevolmente il potere d’acquisto delle famiglie. Per altro, prosegue l’indagine, i benefit offerti sul luogo di lavoro infatti sono ben conosciuti solamente dal 19,8% dei lavoratori nel nostro Paese, mentre oltre il 45% dichiara di conoscerli soltanto a grandi linee. Un gap da colmare, anche alla luce del fatto che si tratta di uno strumento che porta benefici sia ai lavoratori (si tratta di una componente aggiuntiva rispetto allo stipendio), sia ai datori, visto che – come detto – fino a una certa soglia sono detassati.

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